Lettera 233

LETTERA 233 - MAGGIO 2025-GIUGNO 2025

Editoriale:

Il sogno come voce di Dio......L'alfabeto familiare

Autore:

di Daniela e Bruno Olivero Responsabili Regione Nord Ovest A

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“E Dio vide che tutto quel che aveva fatto era davvero molto bello.” (Gen.1,31)

Il racconto della Creazione è stato definito come un quadro di Van Gogh di straordinaria bellezza ed armonia. 

In questo incredibile paradiso, però, l’uomo appena creato avverte una mancanza e Dio crea la donna per esaudire il suo desiderio: chiama la coppia a godere di una così grande bellezza, armonia e perfezione attraverso la relazione e nel farla crescere i due devono trovare la felicità. 

Così Dio ci parla del suo sogno attraverso un alfabeto familiare: nella Bibbia attraverso la voce dei profeti e del popolo, che sono tutti sposi o parenti, figli o amici: non ci sono personaggi singoli, la chiamata è una vocazione familiare e gode della “preferenza” di Dio. Mosè ha bisogno di Aronne e della sorella Maria e Gesù entra nel Getsemani con i suoi amici Pietro, Giacomo e Giovanni. Le relazioni non sono incidenti di percorso bensì decidono la nostra vita, se mancano o non funzionano ci feriscono per sempre.

Non c’è Abramo senza Sara: la prima di tutte le coppie sterili della Bibbia -l’ultima sarà quella di Elisabetta e Zaccaria-, relazioni che portano una croce che sembra bloccare il loro sogno. Dio porta Abramo nel deserto notturno e gli promette una discendenza sterminata. L’attesa del compimento di questa promessa lo accompagnerà per tutta la vita. La storia della salvezza, il sogno di Dio, si mischia con la saga familiare in tutte le sue cadute, fragilità, deviazioni e ci racconta che, quando una famiglia trova la felicità, che possiamo chiamare anche santità, la salvezza ha il suo compimento. Ugualmente tutte le vocazioni, anche quelle ministeriali, sono complete quando sono in relazione “familiare” col popolo di Dio.

La famiglia è importante, alfabeto e metafora della nostra esperienza di fede, come ci suggerisce don Luigi Epicoco. Dio ci racconta che, pur nella sua imperfezione e anche nel peccato (Abramo genera un figlio con un’altra donna, gli amici di Gesù lo abbandonano), la famiglia genera comunque felicità/santità. Nei legami e nell’amore familiari si realizza, infine, il sogno di Dio. 

Possiamo darci dei segnali di attenzione del nostro “sogno familiare”: 

  • L’alleanza, quando l’altro non è specchio di me stesso, ma siamo due persone che si guardano negli occhi, dove c’è sostegno e non giudizio;
  • L’apertura, quando la coppia non è un guscio ma un trampolino, il luogo dove si prendono le grandi decisioni e non il posto sicuro dove rimanere;
  • La gratuità, perché la coppia non è una relazione di scambio, è amore a fondo perduto; l’altro non deve essere all’altezza del dono e non si presenta il conto.
  • La santità, che non è una nicchia nel muro del nostro alloggio, ma la fatica di voler bene a qualcuno senza la pretesa di capirlo fino in fondo. L’altro rimane sempre un mistero, da accogliere anche nella sua fragilità. L’amore è intimo quando accoglie il buio dell’altro, quella parte che lui ritiene in-amabile. Gesù che si sporcava le mani con chi veniva giudicato impuro.

Le relazioni di amore rendono “familiari” tutti i luoghi umani: così, anche tra amici è famiglia quando si ama. Anche nelle parrocchie e nei Movimenti si rischia di essere in un confortevole guscio invece che sul trampolino. Gratuità e santità sono stili di vita che creano felicità nelle nostre équipes, come ovunque ci porta la vita reale. Se non possiamo dire forte che Dio ci salva la vita, possiamo sempre dire che l’amore ci salva la vita.  

Dio ha un sogno e ce l’ha messo dentro con tanta forza e, finché non troviamo qualcuno con cui condividerlo, nemmeno il paradiso ci può bastare.