LO SPIRITO CI FACCIA AGIRE
Ricordavamo, nel numero scorso, la frase di San Paolo: « Poiché lo Spirito è la nostra vita, lo Spirito ci faccia anche agire » (Gal. 5, 25). E ci eravamo soffermati sulla prima parte di quell’espressione: è lo Spirito che fa vivere, insistendo sulla sua presenza in noi, presenza interiore e permanente, presenza offerta in modo gratuito. Cerchiamo ora di considerare la seconda parte: è lo Spirito che fa agire. Limitandoci volontariamente ad annotazioni schematiche.
opportuno anzitutto riconoscere questo dinamismo dello Spirito. Non ci è dato perché rimanga nascosto nei più profondo di noi stessi come il talento nascosto sotto terra; non rimane celato in fondo a noi, ci spinge in avanti ed in alto.
Già gli aggettivi che noi utilizziamo per qualificarlo ci indicano che Io Spirito è essenzialmente attivo: lo riconosciamo infatti come santificatore, vivificante, consolatore, illuminatore, ecc.
E, per caratterizzare tale azione, adoperiamo termini molto forti. Basandoci sul Nuovo Testamento, parliamo del suo imperio, della sua mozione, del suo impulso, del suo insegnamento, della sua guida ...
Eccoci quindi invitati a lasciarci condurre dallo Spirito. E questo non avviene molto facilmente, ed è comprensibile che Paolo vada moltiplicando le sue esortazioni in questa direzione.
Per lasciarsi lavorare da Dio, infatti, bisogna prima di tutto rinunciare alla propria autosufficienza, a quel desiderio di autonomia che porta Lucifero alla sua caduta ed Adamo al suo peccato. E questa tentazione ci minaccia continuamente: Paolo ha evocato con lucidità (Rm. 7 e 8, Gal. 5) questo antagonismo che ci dilania.
Ma bisogna anche, in positivo, lasciarci « sensibilizzare » allo Spirito. Capìta bene, quella che una volta si chiamava la « docilità » allo Spirito Santo rimane per noi fondamentale. Abbadonarci all’agire di Dio non vuol dire cessare di agire; vuoi dire assicurare alla nostra azione la sua vera corrispondenza al disegno di Dio, e conseguentemente la sua vera libertà e la sua piena efficacia.
Ci si chiederà allora: a che cosa ci spinge questo Spirito? In breve: ad accogliere e ad attuare tutto ciò che Dio ci offre come « moventi » al nostro agire da uomini e da cristiani.
« Sono figli di Dio tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio » (Rm. 8, 14). Dobbiamo riconoscere la paternità divina, questo Spirito che fa di noi « dei figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abba, Padre » (Rm. 8, 15; cf. Gal. 4, 6).
Lo Spirito ci fa accogliere l’amore che Dio ha per noi, « perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo » (Rm. 5, 5). Ci aiuta a capire che l’amore di Dio si è manifestato in mezzo a noi con l’aver mandato il suo unico Figlio nel mondo affinché noi avessimo la vita per lui (1 Gv. 4, 9). Come potrebbe questo amore, così percepito, non spingerci a riamare? « Se Dio ci ha amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri » (1 Gv. 4, 11).
Lo Spirito fa sì che noi ci ricordiamo di tutto ciò che Gesù ci ha detto (Gv. 14, 26) e, in questo modo, ci fa accedere alla verità tutta intera (Gv. 16, 13).
Queste annotazioni, forse troppo brevi, ci permettono per Io meno di concludere: facendoci progredire nell’ordine della conoscenza e nell’ordine dell’amore, senza i quali non si potrebbe concepire un agire degno dell’uomo, lo Spirito ci guida verso un agire sempre più autentico.
Vi è ancora da ricordare, con san Giovanni (1 Gv. 4), la necessaria prudenza. Non chiamiamo mozione o impulso dello Spirito tutto quanto si presenta alla nostra mente. « Mettete alla prova le ispirazioni, per vedere se provengono veramente da Dio ». L’intero capitolo dell’indispensabile discernimento dovrebbe essere qui trattato. Limitiamoci a menzionare questo criterio: come l’albero si riconosce dai suoi frutti, si dovrà giudicare ogni decisione dai frutti che produce o che lascia sperare. Ora, ci dice san Paolo, « il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé » (Gal. 5, 22).
Roger Tandonnet, s. j.